Si è detto da più parti che il mondo del gioco d’azzardo va controllato in modo approfondito per quanto riguarda il rilascio delle concessioni e delle autorizzazioni: sono stati messi “pali e paletti” ad oltranza ed una cosa che si evince chiaramente è che chi opera nel settore del gioco e richiede permessi deve avere una “vita pulita” ed un percorso sociale integro. Gli intestatari dei vari permessi, quindi, devono corrispondere ai dettami posti in essere e che vogliono essere una garanzia “sociale” per chi intende operare nel “gioco lecito”: non basta, quindi, avere rapporti di parentela “con pregiudicati appartenenti a clan”… per avere la licenza negata.

Fatte queste premesse si deve sottolineare che “i requisiti attitudinali o di affidabilità dei richiedenti una licenza di pubblica sicurezza devono sempre essere desunti dalle condotte del soggetto interessato: non è ammissibile che da episodi estranei al soggetto finiscano per discendere conseguenze per lui negative”. Questa è la motivazione con la quale il Consiglio di Stato ha accolto un ricorso presentato dal titolare di un centro scommesse contro la Questura di Caserta che gli aveva negato la licenza a causa “di rapporti di parentela con pregiudicati appartenenti al clan dei Casalesi”. Secondo il CdS la Questura si è fermata alla sola evidenza di rapporti parentali dei titolari con personaggi ritenuti legati ad un clan camorristico “senza procedere ad alcun ulteriore accertamento specifico da cui potessero emergere fatti imputabili ai diretti interessati sulla base dei quali fosse ragionevole dubitare della loro buona condotta”.